Il basket e la rivoluzione di Cooper, 70 anni fa il primo afroamericano scelto nella Nba

Al Draft del 25 aprile 1950 la svolta epocale: dopo football e baseball anche la pallacanestro Usa cambiava per sempre. Iniziando una lunga storia di successo.

Anche dall’altra parte dell’Oceano, segnato nel calendario della storia degli sport professionistici, esiste un 25 Aprile che coincide con una liberazione: settant’anni fa, nel Draft del 1950, il basket Nba abbatteva il muro dei pregiudizi, rottamava la segregazione razziale e apriva le sue porte a quella che allora non era neanche una minoranza, ma solo una presenza indesiderata. Al secondo giro, con la scelta numero 12, quando Walter Brown, proprietario dei Boston Celtics, pronunciò le inaspettate parole «Chuck Cooper da Duquesne», la parabola della pallacanestro americana (e non solo) cambiava per sempre. Quel ragazzone di Pittsburgh, costretto prima di fare una comparsata con gli Harlem Globetrotters anche a sorbirsi un anno da soldato nell’esercito americano durante la Seconda Guerra Mondiale, diventava il primo cestista di colore selezionato nel più importante campionato statunitense. «Non mi interessa se è a quadretti, a righe o pallini, voglio lui», urlò il boss dei Celtics a chi gli faceva notare che prendere un giocatore di colore era ancora un tabù. Dopo un anno di Nba, in coda al quadriennio precedente dell’antenata Baa, gli afroamericani potevano finalmente indossare la canotta di una franchigia professionistica. Il veto silenzioso messo dai proprietari delle franchigie, colpevoli di pensare che il pubblico bianco non avrebbe mai pagato per vedere atleti di colore e che il monopolio «black power» dei canestri fosse monopolio esclusivo dei giocolieri degli Harlem Globetrotters (che condividevano le arene con le squadre Nba), era finalmente caduto con un atto concreto: la «Wnba»,  nomignolo acronimo di «White National Basketball Association» (da non confondere con l’attuale e omonima divisione femminile), non esisteva più.

Voluto da Boston, pioniere anche fuori dal campo

Già liberato il football con il pionieristico duo Kenny Washington-Woody Stroke nel 1946 ed emancipato anche il baseball dal leggendario Jackie Robinson nel 1947, il 1950 fu l’anno bel basket, santificato da una «Santissima Trinità Nera» capace di battezzare tante nuove prime volte assolute. Da Chuck Cooper a Nat «Sweetwater» Clifton, il primo a firmare un contratto professionistico (con New York), passando per Earl Lloyd, il primo a mettere piede in una partita ufficiale (con Washington). Tutti e tre apparsi contemporaneamente quell’anno nella Nba e ora presenti nell’arca della gloria della Hall of Fame di Naismith. All’epoca, settant’anni fa, non ricevettero certo un trattamento da privilegiati. A Cooper, nell’arco di 409 partite spalmate su sei stagioni da 6,7 punti e 5,9 rimbalzi di media tra Celtics, Hawks e Pistons, capitò più di qualche volta, in occasione di trasferte nel profondo Sud, di essere costretto a soggiornare e mangiare in alberghi e ristoranti diversi dal resto dei compagni di squadra. Le cose cambiarono in meglio una volta lasciato il basket: il primo cestista nero a essere scelto da una squadra Nba si regalò, prima di morire a 57 anni nel 1984, anche il primato di diventare il primo capo di colore del Dipartimento Parchi Pubblici di Pittsburgh. Antesignano pure nella vita al di fuori della pallacanestro, dopo aver avviato la rivoluzione degli afroamericani sui parquet della Nba: da sparuta minoranza di tre singoli individui di allora a assoluta maggioranza di adesso con una quota di oltre il 75% degli atleti della lega sportiva professionistica più ricca e seguita del mondo. 

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